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Comunicato stampa dell'On. Giorgio Galvagno

Incubo nucleare

Asti, 30 Novembre 2005

L’arma nucleare è sempre un pericolo, una spada di Damocle che incombe sull’umanità. In mano a regimi non democratici lo è massimamente: i governi autoritari non hanno un’opposizione interna, non accettano controlli da nessuno e possono reagire a crisi e a pressioni in modo imprevedibile. Ma in mano ai regimi teocratici, dove l’assenza di democrazia e di libertà si accompagna al fanatismo religioso, la tecnologia nucleare rappresenta il pericolo estremo. Di fronte a questo pericolo le nazioni che hanno una responsabilità globale nel mantenere l’equilibrio e la pace nel mondo non possono chiudere gli occhi.

Oggi il percolo si chiama Iran
Lo spettro dell’atomica oggi riguarda l’Iran, repubblica islamica la cui guida politico-religiosa, l’ayatollah Khamenei, ha emesso una fatwa – una sentenza religiosa e giuridica vincolante per tutti i musulmani – in cui autorizza lo sviluppo dell’arma atomica e il cui Presidente predica la cencellazione di Israele dalla carta geografica. Le cancellerie occidentali e in particolare l’Europa, per dissuadere l’Iran, hanno finora usato lo strumento del dialogo nella speranza che l’ONU – purtroppo dimostratasi incapace di risolvere i conflitti in quasi tutte le occasioni in cui è stata chiamata a farlo – riesca a far sentire la propria voce e a imporre uno stop al programma nucleare iraniano.

L’impegno del governo Berlusconi

In questo contesto il Governo Italiano si sta comportando in modo particolarmente appropriato e opportuno. Fermo nella condanna delle minacce rivolte ad Israele, ha nello stesso tempo esteso ed intensificato il dialogo e le relazioni diplomatiche con l’Iran incoraggiando e sostenenendo la voce dell’Islam moderato, nei limiti in cui ciò è possibile. Inoltre, grazie ai rapporti creati in questi anni dal Presidente Berlusconi, il Governo sta operando a livello internazionale per creare una sintonia di vedute e un’indispensabile unità d’azione con tutti i Paesi occidentali.

Dialogo e fermezza
Quindi sì al dialogo, al confronto e alla diplomazia. E’ però fondamentale che, contrariamente a quanto avvenuto per la crisi yugoslava e per l’Iraq, l’Unione Europea riesca a mettere in campo un’azione coordinata e a parlare finalmente con una sola voce.