Ti trovi qui:

La riforma approvata dal parlamento valorizza la realtà locale, garantisce maggiore trasparenza ed efficienza nell'uso del patrimonio delle fondazioni.
Leggo sempre più frequentemente prese di posizioni critiche sulla riforma delle Fondazioni bancarie recentemente approvata dal Parlamento.
Esse riguardano principalmente tre aspetti.
Primo : si dice che questa è una riforma “centralista”, cioè che mortifica le realtà locali e la società civile.
Non è vero!
La riforma prevede, al contrario, un nuovo forte legame con il territorio, tanto è vero che la prevalenza degli amministratori dovrà essere espressione della realtà locale, cioè dei Comuni, delle Province e delle Regioni. Quale modo migliore per rappresentare il territorio in tutti i suoi aspetti assicurando nel contempo trasparenza, linearità e controllo pubblico?
Capisco il disappunto di taluni ambienti abituati a fare il bello e il brutto tempo senza mai dover rispondere alla cittadinanza o di coloro che si autodefiniscono appartenenti alla “società civile” come se ciò debba dar loro diritto a particolari privilegi.
Secondo : si dice che la riforma limita la libertà delle fondazioni nell'impiego del proprio patrimonio.
E' una critica inconsistente.
L'unico obbligo delle fondazioni, sotto questo profilo, è quello di redigere un programma triennale e di scegliere alcuni precisi settori d'intervento.
In pratica, purché agiscano secondo un corretto criterio programmatico, le Fondazioni hanno una pressoché totale libertà d'intervento. Altro che limitazioni!
E poi , parliamoci chiaro, questo patrimonio, cioè il denaro di cui dispongono le fondazioni, di chi è se non della comunità? Non dimentichiamo che esse sono al servizio del territorio dal quale traggono le proprie ricchezze e quindi è giusto che la legge preveda delle regole su come devono essere impiegati questi denari. Non si è sempre detto “basta con i contributi a pioggia”, con le elargizioni che sanno di clientela? che servono progetti e programmazione…” Bene! questo è proprio ciò che stabilisce la nuova legge.
Terzo , si sostiene che la riforma mette la gestione delle banche in mano alla politica.
Niente di meno vero. Certo, prima non era così. Le fondazioni bancarie sono state per decenni un concentrato di potere, gestito da gruppi politico-economici molto ristretti che si garantivano vicendevolmente: io nomino te, tu nomini me e così via….
Con questa nuova legge, invece , si ribadisce in modo chiaro e definitivo che le fondazioni non devono aver più nulla a che fare con l'attività bancaria, compresa, ecco il nodo fondamentale, la nomina degli amministratori delle banche medesime. Le fondazioni diventano istituzioni senza fini di lucro o, come si dice adesso, no profit.
Mi pare quindi che il cambiamento introdotto dalla legge sia un fatto complessivamente molto positivo, perché valorizza le realtà locali, stabilisce criteri di trasparenza e di coerenza nelle nomine degli amministratori e garantisce il corretto uso di un grande patrimonio collettivo.